Vino, Pojer&Sandri sceglie chiusure alternative: 50% delle nostre bottiglie dopo 10 anni era svanito o ossidato.

Una ricerca che guarda al futuro, anche lontano, partendo da solide radici nel passato. Un progresso fatto di tecnica, conoscenze e passione. È questo uno degli elementi alla base del successo della cantina trentina Pojer&Sandri. Dai due ettari di vigna e poco più di due milioni di lire con cui sono partiti nel 1975 a Faedo (Tn) Fiorentino Sandri e Mario Pojer hanno fatto molta strada e oggi i loro vini sono senza dubbio una delle eccellenze del mondo vitivinicolo italiano, nota ben oltre i confini del nostro Paese.


Abbiamo intervistato Mario Pojer in occasione della sua visita al nostro stabilimento di produzione in Belgio.

 

Fin dagli inizi la vostra azienda ha ottenuto un forte riscontro a livello internazionale, su cosa avete puntato?

Da subito abbiamo puntato sull’innovazione di prodotto: circondati da “un mare” di Schiava (Lago di Caldaro DOC) ci siamo presentati sul mercato con un rosato fresco, fruttato a bassa gradazione. Controcorrente per il periodo, ma sicuramente di effetto per il mercato. Il bianco, varietà Mueller Thurgau, era impostato secondo le tecniche dell’epoca con l’obiettivo di avere un vino fruttato, fragrante e fresco, quando la realtà proponeva vini stanchi, spenti, ossidati.

 

Cosa avete scelto di fare allora?

Negli anni abbiamo puntato su altre tipologie e sono nati dei prodotti innovativi per l’epoca, come “Essenzia” nata nel 1985: bianco dolce a bassa gradazione sullo stile tedesco, in contrasto con i vini dolci italiani alcolici, stucchevoli e spesso fatti in linea ossidativa.

 

Vi siete limitati ai dolci?

Siamo stati fra i primi in Trentino a sperimentare l’utilizzo del legno piccolo con vinificazione di bianchi e rossi. Un altro progetto di successo è stato un vino bianco da Riesling e propri eredi (Mueller Thurgau/Kerner/incrocio Manzoni) a contenuta gradazione alcolica con leggero residuo zuccherino. Sempre sull’esempio tedesco, con vendemmie posticipate, abbiamo vinificato varietà bianche con l’intento di bere vini dopo una maturazione di 5/10/15/20 anni in bottiglia, ed è nato così il Besler Biank, coltivato su terreni porfirici della Valle di Cembra. Unendo l’esperienza della distilleria al mondo del vino nel 2004 è nato il primo “stile Porto” italiano, un vino fortificato con un nostro brandy di 15 anni ideale per l’abbinamento a fine pasto con il cioccolato.

 

Anche in vigna la vostra azienda ha investito in ricerca e innovazione. Con quali obiettivi?

Dieci anni fa siamo stati poi i primi in Italia ad investire su varietà resistenti PIWI, con lo scopo di evitare trattamenti fitosanitari in campagna. Oltre all’innovazione di prodotto, infatti, abbiamo puntato sulla tecnologia di cantina partendo dalla cella frigo già nel 1991, lavaggio dell’uva 2007, pressatura in atmosfera controllata 2002. Abbiamo progettato e costruito una diraspatrice, un sistema di follature, una pompa peristaltica per evitare l’ossigeno e forse il progetto più importante è stata la progettazione della distilleria a bagnomaria automatizzata. Come ultimo progetto, abbiamo introdotto la diraspatura e la denocciolatura della vinaccia uso grappa.


Quanto conta per voi l’innovazione in cantina, in particolare nella gestione dell’imbottigliamento?

Molto è stato fatto per quanto riguarda il controllo dell’ossigeno nelle varie fasi di lavorazione, compreso l’imbottigliamento e la conseguente tappatura. Un momento, questo, basilare soprattutto considerando la shelf life del vino sul mercato. L’esperienza di questi 43 anni, assaggiando vecchie bottiglie storiche dell’azienda, ci ha fatto mettere in discussione l’utilizzo del tappo in sughero naturale. Il 50 % delle bottiglie degustate dopo 10 anni dall’imbottigliamento risultava svanito o addirittura ossidato. La composizione purtroppo variabile del sughero compromette la qualità finale. Ecco l’esigenza di passare a chiusure alternative per evitare questo difetto.

 

Non solo TCA quindi...

Il problema del TCA nel nostro caso è stato risolto in quanto i tappi vengono testati prima di essere utilizzati già dal 1986. Abbiamo considerato la chiusura a vite ma nel nostro caso, essendo il mercato principale, quello italiano (75%) risulta difficile proporlo e farlo accettare.

La chiusura tecnica, sia da sughero che da polimeri, risulta più performante.

 

Avete scelto di cambiare rotta e di puntare in maniera importante su sistemi di chiusura alternativi. Perché e con quali risultati?

Già da sette/otto anni gran parte della produzione è tappata con chiusure alternative. Nessun riscontro negativo da parte della clientela. Addirittura sono arrivati complimenti di clienti molto importanti che hanno considerato la nostra scelta all’avanguardia, il problema del gusto di tappo o della bottiglia difettosa, anche per un sommelier in un ristorante diventa imbarazzante. Nella fase attuale stiamo ancora valutando la tenuta di queste chiusure tecniche e purtroppo l’esperienza è solo di 7/8 anni. Al momento per le varietà premium utilizziamo sughero naturale di alta gamma testati sia per quanto riguarda la permeabilità sia per la cessione di sostanze estranee.

 

La vostra azienda punta molto sui mercati internazionali, nella scelta delle chiusure incide la destinazione di riferimento?

Anche per quanto riguarda l’estero la scelta per i vini classici è indirizzata su chiusure tecniche per limitare il più possibile rischi di contaminazione e passaggio di ossigeno.

CONTACTS:

Wine Dreamers

Mr. Andrea Di Curzio

a.dicurzio@winedreamers.com


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